Quando la rigidità del terapeuta è fondamentale
di Federica Giusti - Venerdì 13 Marzo 2026 ore 08:00

C’è un momento, in molte terapie, in cui il paziente prova a spostare qualcosa.
Non sempre lo fa in modo consapevole. A volte arriva in ritardo sempre più spesso. Altre volte cambia argomento proprio quando la conversazione si avvicina a qualcosa di delicato. Oppure propone di saltare una seduta, di allungare i tempi, di “parlare di altro oggi”, o salta all’ultimo la seduta.
In quei momenti, il terapeuta potrebbe sembrare rigido.
Mantiene l’orario. Riporta la conversazione sul punto. Non accetta alcune deviazioni. Non cambia le regole della terapia.
Da fuori, questa rigidità può sembrare freddezza o formalismo. In realtà, spesso è uno degli elementi che permette alla terapia di funzionare.
La terapia non è una conversazione qualsiasi. È uno spazio particolare, costruito con alcune regole precise: tempi definiti, confini chiari, ruoli distinti. Questo insieme di elementi viene spesso chiamato setting terapeutico.
Il setting è come la cornice di un quadro. Non è l’opera, ma senza quella struttura il quadro rischierebbe di disperdersi. La cornice di riferimento, invece, consente al terapeuta e al paziente di sapere entro quale spazio possono muoversi.
Molti pazienti arrivano in terapia con una storia in cui i confini sono stati confusi o instabili. Relazioni imprevedibili, regole che cambiano continuamente, promesse che non vengono mantenute. In questi casi, la coerenza del terapeuta diventa un’esperienza nuova.
Quando il terapeuta mantiene il tempo della seduta, quando non modifica continuamente le regole, quando non si lascia trascinare in dinamiche caotiche, sta comunicando qualcosa di molto semplice ma potente: questo spazio è affidabile.
La rigidità, allora, non è mancanza di empatia. È stabilità.
Pensiamo, per esempio, a quando un paziente cerca di evitare un argomento doloroso. Il terapeuta potrebbe accogliere la deviazione e lasciarsi portare altrove. Ma potrebbe anche fare qualcosa di diverso: riportare gentilmente la conversazione su quel punto.
Non lo fa per insistere o forzare. Lo fa perché spesso proprio lì si trova qualcosa di importante.
In psicoterapia, l’evitamento è una strategia molto comune. Funziona nel breve periodo perché protegge dal disagio. Ma nel lungo periodo mantiene il problema. Se il terapeuta seguisse sempre le deviazioni del paziente, la terapia rischierebbe di girare a vuoto..
Una certa fermezza, quindi, è parte del lavoro.
Naturalmente esiste una differenza sottile tra rigidità e rigidità sterile. La prima protegge il processo terapeutico; la seconda lo blocca.
La rigidità utile è flessibile nel significato ma stabile nei confini. Il terapeuta può cambiare prospettiva, adattare le domande, modificare l’intervento. Ma alcune cose restano costanti: il tempo, il rispetto del processo, l’attenzione a ciò che conta davvero.
È un po’ come la struttura di un ponte. Non si muove insieme al vento, ma proprio per questo permette alle persone di attraversarlo.
Molti pazienti, soprattutto all’inizio della terapia, percepiscono questa fermezza come distanza. Con il tempo spesso accade il contrario: proprio quella stabilità diventa uno dei fattori più rassicuranti della relazione terapeutica.
Perché sapere che qualcuno mantiene i confini, anche quando sarebbe più facile allentarli, significa poter contare su qualcosa che non cambia continuamente.
In terapia, a volte, la rigidità non è il problema. È ciò che rende possibile il cambiamento.
Federica Giusti



