Fotovoltaico+eolico off-shore vs nucleare
di Adolfo Santoro - Sabato 26 Settembre 2026 ore 08:00

Il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge sul nucleare, che conferisce al Governo dei Vassalli dell’Imperatore del fossile il compito di definire il quadro normativo per tutto il settore entro dodici mesi. Ha dato il suo voto alla maggioranza anche un Vassallino. L’ottimismo – eccessivo – di Vassalli e Vassallino prevede le prime centrali nel 2033-2034 classificando il nucleare tra le energie sostenibili e rinnovabili (fino a quando incidenti e fornitori di uranio, tipo il democratico Azerbaigjan, ce lo permetterebbero). Il provvedimento consente ai Vassalli di emanare decreti verso la costruzione e l’esercizio delle centrali, verso la produzione di idrogeno tramite energia nucleare, verso la gestione del combustibile esaurito e verso la sicurezza e l’istituzione degli organi di controllo. Il Valvassino ha aggiunto che bisogna scegliere che cosa affiancare alle rinnovabili: il gas o il nucleare? Ma, secondo il Valvassino, affidarsi alle solo alle rinnovabili è impossibile per il consumo di suolo: Prendiamo 4 reattori da 1,4 gigawatt. Producono 45 terawatt all’anno per 60 anni e occupano 200 ettari. Per farlo con fotovoltaico a inseguimento (che segue il movimento del sole durante la giornata) devi andare su 60mila ettari, con l’eolico ci vogliono 200mila ettari.
Cari Vassalli, la vostra mi sembra l’ennesima promessa fumosa, cui ci ha abituati l’Imperatore, sul tipo delle mancette pre-elettorali o delle prigioni in Albania. È una dichiarazione di propositi, i cui contenuti sono rimandati alla prossima legislatura: non avete individuato costi, tempi, coperture finanziarie e valutazione delle tecnologie, né un progetto di gestione degli impianti fatiscenti e delle scorie del passato, né un progetto di transizione al nucleare. Sembra insomma un’enorme bugia per continuare a usare il gas e il petrolio dell’Imperatore ... a meno di un altro referendum.
Caro Valvassino, ti consiglio di valutare meglio un programma politico che includa l’uso, in modo massiccio, di tetti, capannoni industriali e aree dismesse e che sviluppi l’eolico off-shore a basso impatto. Parto dai dati: secondo Terna, l’attuale fabbisogno energetico annuo in Italia si aggira attorno ai 311-315 TWh. Ma è da tener presente che nei prossimi dieci anni il fabbisogno è destinato a crescere in modo sensibile (un incremento stimato nel 20-30%, fino a superare i 380-400 TWh); questo aumento non sarà dovuto a un incremento dei consumi civili tradizionali, ma al processo di elettrificazione forzata: diffusione massiccia di veicoli elettrici (mobilità), sostituzione delle caldaie a gas con pompe di calore, elettrificazione dei processi industriali e nascita di nuovi data center.
La combinazione sinergica di fotovoltaico diffuso (tetti e capannoni) e di un programma eolico off-shore ben localizzato potrebbe, caro Valvassino, produrre complessivamente oltre 350-400 TWh annui, il che creerebbe le basi per l’elettrificazione dei trasporti, del riscaldamento (pompe di calore) e per la produzione di idrogeno verde, trasformando l’Italia in un Paese energeticamente autonomo. Questi dati non tengono conto del fatto che un effetto del riscaldamento globale è l’aumento drastico dell’irraggiamento solare.
Un’analisi più fine dei dati più recenti di studi di settore (come quelli sul potenziale edilizio geospaziale, sulle analisi Cerved sui capannoni e sulle stime sull’eolico galleggiante), permette, caro Valvassino, di valutare l’impatto energetico complessivo.
Per quanto riguarda il fotovoltaico su tetti, capannoni e aree dismesse, in Italia esistono circa 110.000 grandi tetti di stabilimenti industriali e commerciali, che permetterebbero l’installazione di circa 30 GW di potenza solare (cioè 35-40 TWh all’anno), capaci di produrre, in luoghi prossimi ai luoghi di consumo; l’analisi edificio per edificio, in base a database digitali europei e nazionali, stima che il patrimonio edilizio complessivo, residenziale e pubblico, permette sui tetti italiani un potenziale tecnico complessivo che arriva fino a 256 GW, che potrebbe generare oltre 330 TWh annui, un valore superiore all’intero fabbisogno elettrico nazionale. A ciò si aggiunga un ulteriore spazio a terra per impianti di taglia media e grande, ottenuto da siti industriali dismessi, aree ex-industriali, cave esaurite e sedi dismesse. Ciò permetterebbe di lasciare il terreno produttivo agli agricoltori, impedendo lo scempio della produzione agricola ad opera delle scelte dei Vassalli.
Per quanto riguarda l’eolico off-shore a basso impatto, basato sulla tecnologia galleggiante, la progettazione dei parchi eolici marini deve minimizzazione l’impatto paesaggistico attraverso il loro posizionamento oltre le 12-20 miglia nautiche, dove è ridotta drasticamente o annullata la visibilità da terra, in modo da preservare il panorama costiero e turistico. Parchi off-shore ben pianificati potrebbero immettere nella rete decine di TWh puliti e costanti, sfruttando venti marini molto più stabili rispetto a quelli terrestri.
Passo ora ad analizzare il confronto dei costi tra un piano incentrato su rinnovabili (fotovoltaico+eolico) e il nucleare di nuova generazione (reattori SMR o i grandi EPR); questo confronto si gioca su tre fattori cruciali: costi d’investimento, tempi di realizzazione e costi dell’energia livellata.
Riguardo al fotovoltaico+eolico, i costi d’investimento sono bassi: 800−1.200 per kW installato per il fotovoltaico; gli investimenti sono, inoltre, frazionati e sostenuti in gran parte da capitali privati (aziende, cittadini, comunità energetiche); quelli dell’eolico off-shore sono medio-alti, ma molto inferiori a quelli del nucleare. I tempi sono estremamente rapidi: un impianto su tetto si realizza in mesi; un parco eolico off-shore richiede 3-5 anni tra autorizzazioni e costruzione; nel giro di 5-7 anni l’intero programma può essere operativo. Nelle aste di mercato, il fotovoltaico e l’eolico onshore producono energia a un costo compreso tra i 55 e i 75 €/MWh: anche aggiungendo i costi per i sistemi di accumulo a batteria necessari per gestire l’intermittenza, il costo complessivo si mantiene competitivo (attorno ai 90-120 €/MWh). Le difficoltà di smaltimento del fotovoltaico sono medie, mentre quelle dell’eolico off-shore sono alte.
Il nucleare di nuova generazione ha costi di capitale enormi (7.000−10.000 per kW installato); richiede ingenti garanzie e investimenti statali a lungo termine, gravati dal rischio storico di enormi sforamenti di budget e ritardi nei cantieri europei (ad esempio, Flamanville in Francia o Hinkley Point nel Regno Unito). I tempi sono lunghi: anche per i reattori modulari (SMR), i tempi stimati per l'iter autorizzativo, la localizzazione, la costruzione e la messa in rete in un Paese come l’Italia oscillano tra i 10 e i 15 anni (la prima energia arriverebbe non prima del 2038-2040, al contrario dell’ottimismo dei Vassalli). Solo sulla carta i costi sono abbordabili, perché non tengono conto dei tassi d’interesse sui lunghi periodi di costruzione e dei costi futuri di smantellamento e gestione delle scorie a lungo termine, che solitamente gravano sulla fiscalità generale. A ciò si aggiunga che il nucleare è fortemente dipendente da sussidi e coperture statali (e il debito pubblico italiano e mondiale è destinato ad aumentare!), richiede siti dedicati e il prelievo di ingenti quantità di volumi d’acqua; deve superare, non ultima, l’opposizione locale NIMBY (not in my name), senza contare l’incertezza legate alle guerre, che tu e i tuoi consimili, caro Vassallino, continuate a sostenere. Le difficoltà di smaltimento sono, come si sa, altissime.
Passo ora ad analizzare il bisogno di impianti eolici off-shore, utilizzati per la produzione di energia elettrica, ma anche per la dissalazione dell’acqua del mare (il che potrebbe diventare un obiettivo non secondario). Finora in Italia è operativo il solo parco Beleolico, nel golfo di Taranto, un impianto nearshore inaugurato nel 2022, con capacità di circa 30 MW; è previsto l’avvio nel 2026-2028 di due parchi galleggianti, uno in Sicilia (a Marsala) e uno nel sud-ovest della Sardegna, che, insieme, dovrebbero raggiungere una capacità di 750 MW (250 MW il primo e 500 il secondo); il progetto Tyrrhenian Wind Energy ha superato la fase autorizzativa della Valutazione per l’Impatto Ambientale: al largo di Civitavecchia avrà una potenza complessiva di 504 MW e una produzione annua di 1,7 miliardi di KWh all’anno, con 28 turbine galleggianti da 18 MW ciascuna, posizionate a 22 chilometri dalla costa; è in fase di autorizzazione il progetto Poseidon al largo di Olbia, con 2GW complessivi di capacità prevista con 72 aerogeneratori da 14 MW per una potenza complessiva di 1008 MW; in Sardegna, Sicilia e la Puglia ci sono una trentina di richieste presentate per ogni Regione; è stato approvato invece il progetto di Seanergy per un parco eolico offshore da 68 turbine a Manfredonia, nel Golfo di Foggia, con potenza totale stimata di 1.020 MW, su un’area di 85 chilometri quadrati a 10-16 chilometri dalla costa. L’Europa è, d’altra parte, leader nella produzione e nello sviluppo tecnologico: Regno Unito (col più grande parco eolico offshore al mondo, Hornsea Project, con una capacità prevista di oltre 6 GW), Germania, Paesi Bassi e Danimarca hanno già consolidato la propria esperienza con migliaia di turbine installate in mare che generano decine di gigawatt di energia elettrica. La Cina sta diventando il secondo mercato globale dopo l’Europa con un’espansione massiccia dei parchi offshore lungo le coste orientali, supportata da ingenti investimenti sia pubblici che privati. Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud stanno sviluppando progetti su larga scala, molti dei quali galleggianti. Nel complesso, l’energia eolica marina a livello mondiale continua a crescere con tassi annui superiori al 20%.
Passo infine, caro Vassallino, ad analizzare il maxi progetto da 3 miliardi, individuato tra Capraia e Gorgona, promosso da Eni Plenitude e dall’irlandese Simply Blue Group, tramite la controllata Atis Floating Wind, ma ancora al vaglio del Ministero dell’Ambiente per la Valutazione dell’Impatto Ambientale: sarebbe il più grande impianto galleggiante del Mediterraneo con 48 turbine. Il tempo di attivazione previsto è di 4 anni e la sua vita utile è di 25-30 anni. La sua potenza, generata da 48 turbine, è di 864 MW suddivisa nei 18 MW di ogni turbina. Le sue pale hanno un diametro di 250 metri con mozzi posizionati a 157 metri dal pelo dell’acqua. Il parco coprirà un’area di circa 264,5 Km quadrati, con fondali tra i -250 e i -630 metri. Sarebbero prodotti circa 1.860 GWh annui di elettricità. L’allocazione dell’impianto è a circa 17 km da Gorgona, 22 km da Capraia, 55 dalla costa livornese di Calafuria. L’architettura di rete prevede due sottostazioni elettriche flottanti (FOSS) in mare, collegate alle pale tramite cavi sottomarini; da qui quattro cavi export trasporteranno l’energia fino all’approdo a terra, individuato nel Comune di Rosignano Marittimo, per poi connettersi alla rete di trasmissione nazionale (Terna) tramite un cavidotto interrato.
La chiusura della consultazione pubblica per il progetto Atis è avvenuta nel gennaio 2026 e sul tavolo del Ministero sono giunte le osservazioni critiche di enti locali e associazioni ambientaliste (tra cui Italia Nostra e Legambiente), concentrate su tre fronti sensibili: 1) ambiente e biodiversità (la vicinanza al Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano e l’inclusione nel perimetro del Santuario dei cetacei Pelagos sollevano forti timori per gli impatti sui mammiferi marini e l’avifauna); 2) si temono pesanti interferenze con i corridoi di navigazione, percorsi mediamente da 72 grandi navi al mese, tra portacontainer, traghetti e altre unità commerciali, diretti verso gli hub strategici di Livorno e La Spezia; 3) viene contestata l’ulteriore concentrazione di infrastrutture energetiche sulla costa livornese, già gravata dalla presenza del rigassificatore di Piombino e dagli impianti della Val di Cornia.
Il Decreto Porti (e la relativa strategia sull’infrastrutturazione portuale) ha, come saprai, individuato Augusta e Taranto quali hub strategici principali per la realizzazione di cantieri navali dedicati all’eolico in mare, affiancati da Brindisi e Civitavecchia come porti di supporto. Ma c’è un controsenso: lo stesso Governo ha tagliato della metà i 40 milioni di euro destinati ai porti di Augusta e Taranto per la realizzazione delle infrastrutture utili per l’eolico off-shore … c’entra la mancetta del taglio delle accise e del bollo auto, mentre si progetta di aumentare i vitalizi per i Parlamentari?
Che cosa farei, allora, al tuo posto, caro Valvassino? Prima di aprire bocca verificherei seriamente le potenzialità del fotovoltaico come le ho delineate più sopra; poi passerei ad esaminare l’aggiunta dell’eolico off-shore; solo allora trarrei seriamente le conclusioni sul nucleare. E ho detto seriamente … senza fare l’eroe sulla pelle degli altri … lascio a te immaginare chi sono gli altri!
* * *
Prima di concludere due note.
Un amico mi ha fatto notare che non ho sottolineato bene il fatto che con il cold ironing i traghetti, dopo l’attracco nel porto di Portoferraio e Piombino, dovrebbero spegnere i motori. Aggiungo a questa giusta affermazione del mio amico che dovrebbe essere fissata la distanza dal porto dove, nel funzionamento ibrido, si dovrebbe passare dal gasolio all’elettrico.
Un altro amico mi ha segnalato che il 10 ottobre, dalle 10 alle 13, gli architetti Pardi e Tosi terranno nel loro studio di Portoferraio, in via Carducci 166, un incontro sul tema Città spugna e architettura partecipata.
Adolfo Santoro



