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hanNOScritto domenica 16 febbraio 2020 ore 19:13

Quel giorno ho creduto di essermi perso

Quattro storie per un titolo.



FIRENZE — Tutti sono invitati a scrivere una breve storia con questo titolo. Di seguito pubblichiamo gli scritti di alcuni studenti del Liceo Classico Michelangiolo di Firenze. Il disegno è di Francesco Ciandri.  

Buon lavoro! GDB (coordinatore di quinos).

Non ho mai preteso molto dalla vita. Né tantomeno da me stessa. A scuola non eccellevo, ma mantenevo comunque i miei voti sulla sufficienza. Non avevo interessi oltre lo studio, che neppure mi appassionava. Non uscivo la sera, non parlavo molto. Non bramavo le attenzioni di cui tutti erano così ossessionati. Conducevo una vita precisa, lineare. Piatta, forse, ma soddisfacente. Dopo gli anni del liceo, l’università mi si presentava come un altro inutile e laborioso impegno, ma portai a termine anche questo, galleggiando nel tepore delle mie salde certezze. Riuscii quindi a farmi assumere come impiegata alla Regione. Lo stipendio che guadagnavo mi consentiva di pagarmi l’affitto di un mediocre bilocale, in centro città. Un fresco pomeriggio di marzo, mentre mi dirigevo nella biblioteca dell’ufficio per fotocopiare alcune carte, inavvertitamente udii un gran vociare provenire dall’aula conferenze, solitamente deserta. Curiosa, mi affacciai alla soglia. C’era in uomo che leggeva poesie. Fremeva tutto, reggendo con la destra un piccolo libriccino e con la sinistra disegnando ampi gesti nell’aria. Mi soffermai sui suoi occhi. Brillavano, accesi dal fuoco dei versi, quello stesso fuoco che, sono certa, era arso in coloro che avevano dato loro la vita. Compresi in quell’attimo che la mia vita aveva appena bussato alla mia porta. Troppi anni privi di senso riaffiorarono, grigi come il fumo di una giovinezza sprecata. Compresi in un attimo di essermi persa, in tutto questo tempo e di non averlo mai saputo.

Gemma Petri

Tutti aspirano alla libertà. Tuttavia credo che soltanto in pochi sappiano conviverci.Per capire che tipo di persona si ha davanti non c’è metodo più efficace che porgli davanti un foglio bianco e chiedergli di riempirlo. Questo esercizio non deve essere necessariamente imposto; si può anche scegliere di farlo da soli, e in qualsiasi momento della giornata. Così infatti mi è capitato di mettermi alla prova, ma il risultato non è stato dei migliori. Dopo circa quindici minuti trascorsi davanti a quel sottile stato di carta mi sono arreso, deluso. Quel giorno ho creduto davvero di essermi perso. Pur avendo di fronte infinite possibilità, sono rimasto fermo, immobile. C’è chi potrà dire he la situazione descritta è assurda, quasi comica, ma agli occhi del sottoscritto è sembrata incredibilmente tragica. Com’è stato possibile che non abbia trovato niente con cui riempire quello spazio vuoto che mi attendeva impaziente? C’è qualcuno che potrebbe dirmi cosa avrei potuto fare per ritrovare la strada?
Tommaso Becchi


Era una notte di febbraio, mi trovavo al centro di una grande stazione ferroviaria di una città sconosciuta. In giro: nessuno. Io cominciavo seriamente ad avere paura. Ero lì, impalato e non riuscivo a muovermi, come se avessi i piedi incollati al suolo; in lontananza sentivo una moltitudine di voci che mi chiavano, ma non potevo raggiungerle, ero come bloccato. Non sapevo cosa fare, non riuscivo più a vedere niente a causa del buio, le voci erano diventate urla e non potevo fare altro che aspettare. Dopo quelle che sembravano ore iniziai a sentire una leggera musica che col tempo si faceva sempre più rumorosa, fino a sovrastare le urla di prima. Era la mia sveglia! Mi svegliai e cercai di riprendermi da quel brutto incubo.
Francesco Ciandri

Era una mattina dei primi di settembre e l’estate era ormai alle spalle. Per la prima volta, quell’anno, l’estate non mi aveva entusiasmata. Ogni giorno era passato lentamente e io non avevo apprezzato il caldo e l’afa estive; tutti i giorni mi erano sembrati inesorabilmente lunghi. Di quella mattina ricordavo il mare e il caldo che mi provocavano solo fastidio. Durante quell’estate non mi ero divertito con i tuffi nel mare, mi aveva infastidito il movimento incessante dell’acqua sulla sabbia, avevo odiato il sale sulla pelle e l’abbronzatura. L’estate, che da sempre per me aveva avuto il significato di libertà e amicizie, quell’anno si era rivelata una perenne noia. Quella mattina di settembre, mentre ripensavo al tempo estivo sin lì trascorso mi sono accorta di essermi persa. Mi ero persa dei momenti meravigliosi con i miei amici e la mia famiglia, avevo perso il sorriso. Ormai l’estate era finita e tornare indietro nel tempo era impossibile. In quel momento, quella mattina ho compreso la verità. Quell’estate mi ero persa nei meandri della negatività, mi ero privata della serenità, dell’estate e, forse, un po’ della vera vita.
Ludovica Straffi

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