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NOScorner giovedì 30 aprile 2020 ore 23:37

​Democrazia e Comunicazione

Nell’era della comunicazione può dirsi che la democrazia corre dei rischi?



FIRENZE — Sono le 14:58 del 16 ottobre 2017 quando una carica di tritolo dilania il corpo della giornalista Daphne Caruana Galizia. A due anni di distanza, Yorgen Fenech, imprenditore in stretti rapporti con vari politici maltesi, viene accusato di essere il mandante dell’omicidio. Improvvisamente il governo della piccola isola mediterranea è travolto da uno scandalo; il capo di gabinetto e il ministro per il Turismo rinunciano alle loro cariche, il primo ministro annuncia le dimissioni. Dafne è una dei 970 giornalisti uccisi negli ultimi 10 anni, una degli 863 il cui caso non è ancora stato risolto. Se un tempo i reporter morivano nei teatri di guerra, negli ultimi anni più del 50% di essi muore in Paesi che non partecipano a conflitti armati; e, quando uno stato civile impedisce a un giornalista di compiere il proprio dovere, quello di far sì che la verità affiori, sta compiendo un delitto, sta negando ai propri cittadini l’imparzialità dell’informazione, sta manipolando l’opinione pubblica, sta uccidendo la democrazia.

Un’informazione affidabile, verificata e pluralistica è fondamentale e necessaria per il benessere del sistema nel quale viviamo: non può esservi democrazia ove si impone un pensiero unico. Pertanto è inevitabile che ciascun cittadino analizzi criticamente ogni fenomeno che investe la stampa. E la questione dei giornalisti uccisi, assai preoccupante, non deve rimanere isolata rispetto al dilagante problema delle fake news o alle continue delegittimazioni subite da testate giornalistiche e tv indipendenti.

Tuttavia, nella migliore delle ipotesi, si tende a considerare unicamente il primo di tali fenomeni e a sottovalutare i restanti che, pur non avendo degli effetti palesi, hanno una portata e un potenziale infinitamente maggiori: la diffusione di notizie false, ad esempio, oltre a favorire disinformazione e ignoranza, sviluppa incertezza, sfiducia e scetticismo che, con il passare del tempo, minano ogni possibile intesa sociale e, quindi, le fondamenta stesse di una società. È una responsabilità di noi tutti verificare le nostre fonti d’informazione, specialmente se corrispondono a canali che non richiedono alcuna intermediazione giornalistica, come Facebook, Twitter, Instagram e You-tube.

Inoltre bisogna considerare che oggigiorno questi stessi social vengono sfruttati dai politici di tutto il mondo ai quali, animati o meno da buone intenzioni, non interessa raccontare la verità, bensì diffondere narrazioni a loro utili per l’acquisizione e il mantenimento del potere.

In questo senso la vittoria di Trump alle elezioni del 2016 è stata esemplare: tramite i social egli è riuscito a comunicare senza filtri con il proprio pubblico e, al tempo stesso, a colpire i giornali, gli unici in grado di intaccare il distorto racconto trumpiano del mondo. Ciò suggerisce, per di più, le dimensioni del problema della delegittimazione dei media, che trascende i confini statunitensi e che anzi è già incredibilmente gravoso in Europa e in Italia, dove gli insulti e le minacce di tagliare i fondi a testate giornalistiche sono diventati gli strumenti con i quali reprimere regolarmente il dissenso. Piangere la morte di Daphne o giudicare i suoi assassini non giova a nessuno se non si prende parte a una lotta quotidiana contro chi minaccia il diritto alla libertà di stampa, colonna portante della democrazia.

(Da MichePost, giornalino scolastico)

Tommaso Becchi, 4C, Liceo Classico Michelangiolo, Firenze

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