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hanNOScritto lunedì 29 marzo 2021 ore 09:50

Intervista impossibile ad Erich Maria Remarque

Niente di nuovo sul fronte occidentale è il punto di partenza e di arrivo di una intervista all'autore realizzata da uno studente fiorentino



FIRENZE — La ringraziamo signor Remarque di questa opportunità che dà a noi, semplici apprendisti giornalisti di QUInos, rispondendo alla nostra intervista. Il suo capolavoro ha avuto una grande influenza su molti di noi e vorremmo saperne di più.

Come ha deciso di scrivere “Niente di nuovo sul fronte occidentale?”

Dopo alcuni mesi di addestramento militare arrivai, nel giugno 1917, sul fronte. Passò solo un mese e venni ferito gravemente: a una gamba, a un braccio e al collo; così fui ricoverato, prima a Thorout, poi a Duisburg. Qui, negli ospedali, ebbi l’ispirazione di raccogliere le storie dei militi feriti e reduci dalla guerra e cominciai a intervistare altri militari ricoverati.

Lei ha pubblicato quel romanzo nel 1929, ma aveva cominciato a raccogliere materiale già dieci anni prima. È stata così lunga la genesi e la stesura del suo romanzo?

Sì e no. È vero, tra l’esperienza della guerra e la pubblicazione passò molto tempo: in effetti ripresi in mano il materiale soltanto nel 1927, quando decisi di scriverci un romanzo. Ma una volta iniziato lo completai in poche settimane.

Può dire di essere stato cambiato dall’esperienza della guerra? Come?

Totalmente. Lasciando da parte i tanti aspetti deteriori ricordo che sul fronte ho scoperto l’esistenza del cameratismo, una forma di solidarietà che è quasi impossibile trovare al di fuori di un contesto bellico. È presente solo nelle trincee, con il sibilo degli shrapnel poco sopra le nostre teste o nelle luride baracche, dove ci si trova a dormire in cinque o dieci, sperando che anche il nemico, quella notte, si lasci andare al riposo. Il cameratismo è una risposta agli orrori che la guerra porta con sé e tutti i soldati, se non cadono sul fronte, lo porteranno sempre con loro. Così come, talvolta, è la guerra che si porta via il soldato, uccidendolo, o anche solo fiaccandogli corpo e spirito.

Avete qualcosa in comune lei e Paul Bäumer, il protagonista del romanzo?

Entrambi, in principio, come tanti altri giovani, fummo convinti, da uomini che non l’avevano vissuta, che la guerra era utile e dovuta e così anche noi ci siamo arruolati. Entrambi abbiamo vissuto le ingiustizie e i dolori che essa comporta. Io sono tornato per raccontare ciò che ha vissuto, mentre l’altro è caduto nell’ottobre del 1918.

Quando ha parlato di ingiustizie, a quali si riferisce?

Ricorderà certamente, in “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, che il sottufficiale Himmelstoss era un ometto con una quantità di desideri repressi, ereditati dal suo misero lavoro esercitato prima della guerra. Ebbene, un sottufficiale del genere, come ce n’erano tanti, non potrà che risultare odioso a chiunque non si adegui con un deplorevole servilismo. Se si ricorda ho parlato, in una delle prime pagine del romanzo, di un personaggio definendolo “il più intelligente e perciò solo un appuntato”. Questo può bastare a descrivere come si vivesse al fronte.

La guerra era vissuta da tutti i soldati allo stesso modo?

No. I giovani sono stati sicuramente i più sconvolti, non perché siano più sensibili o meno preparati alla guerra, sia chiaro, ma in quanto non ancora abituati alla vita.

È un’interpretazione interessante, e i vecchi?

I vecchi, o meglio i meno giovani, avevano un lavoro, una moglie, dei figli, insomma, dei ricordi a cui aggrapparsi. La guerra per loro era come stata un’interruzione, nella loro vita. Una terribile interruzione.

Noi ragazzi, invece, avevamo soltanto qualche libro di scuola, in testa o, al massimo, una fidanzata. Ci eravamo appena affacciati al mondo, ci stavamo formando, ma qualche mese di addestramento e le trincee hanno dissolto i nostri sogni, rendendoci come insensibili nei confronti della vita e nei nostri stessi confronti.

Oltre al cameratismo c’è stato qualcos’altro di positivo nel conflitto? Potrei dire la licenza, ma con qualche limite. Personalmente non l’ho mai sperimentata, ma da quanto ho potuto osservare e da ciò che altri mi hanno raccontato, la licenza non era quel periodo spensierato che ci si potrebbe aspettare. Veniva attesa con impazienza, naturalmente, ma il ritorno alla normalità della vita risultava poi sempre traumatico. Chi andava in licenza era talmente preso dal pensiero della guerra che gli era impossibile staccarsene anche durante quei pochi giorni di pausa. Si passava la licenza sperando che non arrivasse mai il giorno di tornare al fronte, attorniati dai pianti dei familiari e dai giudizi di “esperti da bar” su come sfondare le linee nemiche. Sono molti i motivi per non ritenere pienamente felici quei giorni di licenza.

Poco oltre la metà del romanzo lei descrive Paul Bäumer e i suoi giovani compagni, mentre discutono della guerra. Alla fine, giungono alla conclusione che il conflitto sia nato per il volere di pochissimi, che difficilmente ne subiscono le conseguenze. È questa la sua convinzione?

Non esattamente. È vero che i conflitti scoppiano spesso per la decisione di pochi. E questo si può dire sia per quella che ho combattuta io, sia per le vostre del XXI secolo, in cui delle disastrose conseguenze avrebbero potuto essere evitate se solo qualcuno, ai “piani alti”, come dite voi, avesse riflettuto un attimo di più, ponderando tutti i pro e i contro. D’altro canto, come voi giovani potete vedere, anche quelli che sono responsabili per aver dato inizio alla guerra spesso pagano per le loro decisioni; ma, in ogni caso, si tratta di un prezzo assolutamente minore di quello pagato dai popoli.

In conclusione è corretto dire che “Niente di nuovo sul fronte occidentale” sia un romanzo in cui si condanna la guerra?

Si tratta di un romanzo sulla guerra. Come a suo tempo scrissi nella premessa, non è né un atto d’accusa né una confessione.

Non cambierebbe neanche di una virgola la sua posizione?

No, confermo in pieno quanto ho espresso e scritto.

Un’ultima domanda, come le sembra il mondo di oggi? Vede la possibilità di un altro conflitto?

"Sono convinto che né un giornalista né un romanziere possano esprimersi sulle sorti della geopolitica internazionale. Peraltro un po’ di fiducia bisogna averla. I governanti sembrano oggi un po’ più cauti di quanto non fossero Nicola II o Guglielmo II cento anni fa, forse perché sono memori degli orrori del Novecento. Ma chissà se anche dopo la Grande Guerra non venissero espresse le stesse convinzioni".

Matteo Cirillo

3C Liceo Michelangiolo, Firenze

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