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hanNOScritto martedì 25 maggio 2021 ore 17:25

​Chiacchierata impossibile con Dino Buzzati

Una nuova intervista impossibile si aggiunge alla serie degli incontri straordinari con i personaggi più rappresentativi della nostra storia



FIRENZE — Desidero ringraziare Dino Buzzati, che ha avuto la pazienza e la gentilezza di incontrarmi oggi nella sua Milano, affollata e caotica, molto diversa da com’era, quando l’aveva lasciata negli anni ’70. “Che strane automobili”, è stato il suo primo commento, appena ci siamo seduti a un tavolino di un bar e abbiamo iniziato a chiacchierare.

Dottor Buzzati, lei è scrittore, pittore, giornalista, ma anche poeta, drammaturgo e non finiremmo di elencare tutte le sue attività. Ma mi dica: lei come si definirebbe?

"In realtà io mi sento un pittore. Scrivo per hobby, ma il mio vero mestiere, la vera vocazione, se così si può chiamare, è la pittura. Forse, più in generale, potrei dire di essere un narratore. In fondo, sia nei miei libri sia nei miei quadri, racconto delle storie".

I suoi romanzi e i suoi racconti sono noti per la fantasia e per il senso di mistero che li pervade. Da dove derivano?

"Mi capita spesso di scrivere e dipingere quello che sogno. Cambio poco delle immagini oniriche che ricostruisco una volta sveglio, anche se c’è dietro anche una certa dose lucidità. Credo comunque che la realtà sia misteriosa e così pure il quotidiano; credo nella perenne incomprensione di ciò che abbiamo davanti, anche se fosse la cosa più banale di tutte. Ci sarà sempre qualcosa che non conosciamo. In questo, sono sempre molto sincero con i miei lettori, non do mai certezze. Come potrei? Se potessi fare un paragone, la nostra esistenza non differisce molto da quella di una montagna che sembra aspettare immobile, circondata da un mondo imperscrutabile".

Ecco perché la montagna è un elemento ricorrente nella sua opera!

"Beh sì, io sono di Belluno, città a ridosso delle Alpi e per tutta la vita ho fatto escursioni e scalate. Le montagne sono le mie interlocutrici silenziose. A loro posso dire tutto".

L’imponenza delle montagne fa pensare al fatto che, nelle sue opere, si incrociano spesso giganteschi mostri o robot.

"Essere consapevole della vicinanza di qualcosa d’immenso mi turba e ho voluto trasporre questa inquietudine nei miei libri. È qualcosa che provo fin da piccolo. Così come l’essere cosciente che qualcosa di catastrofico accadrà, prima o poi. Ho sempre pensato che, un giorno, la Terra verrà distrutta da un meteorite. Enorme. È una sensazione che mi accompagna giorno dopo giorno".

E questo è un altro grande tema che può dirsi presente in tutti i suoi libri: l’attesa.

"Hai ragione. L’attesa si accompagna al mistero nell’essere la cifra stilistica nell’esistenza umana. Tutti aspettiamo qualcosa, un evento decisivo, una svolta, un fatto tragico. E anche chi non vuole aspettare sarà costretto a farlo. C’è un’attesa che è comune a tutti: quella capitale della morte. Il mio libro forse più famoso, Il deserto dei Tartari, è incentrato proprio sull’attesa: la Fortezza Bastiani è una grande sala d’aspetto per il tenente Giovanni Drogo. Solo che per lui l’attesa durerà una vita intera. Ma chi è che non non aspetta qualcosa per tutta la vita?"

La vita per lei sarebbe una specie di sala d’aspetto, ma… per cosa?

"Forse per nulla. Forse per definizione, perché non potrebbe essere altrimenti. Chissà se, quando moriremo, troveremo un mega dottore a visitarci. Le sale d’aspetto servono a questo, no? Sono il preambolo di una visita medica…"

Ma, secondo lei, il fantomatico medico… è Dio?

Mah, non ne ho la più pallida idea.

Lei, dottore, non è credente?

"Sono sempre stato affascinato dal Cristianesimo, con i suoi angeli e i diavoli, creature mistiche e curiose, così funzionali al mio modo di raccontare. Non sono un cattolico praticante, forse potrei essere un buon cristiano…"

Non ha risposto alla mia domanda.

"E non lo farò. Né lei né io possiamo rispondere. A meno che lei non sia un messaggero di Quello che sta lassù. È per caso un angelo in incognito, sceso dal cielo con matita e blocchetto per gli appunti?"

No no, non credo, almeno…

Capisco… (ride)

Ma torniamo alla sua arte. È interessante come lei riesca a fondere pop e letteratura classica, fumetto e pittura. Sembra che non snobbi nulla, quando scrive o dipinge.

"No infatti, e colgo l’occasione per lasciare un testamento artistico a qualche critico futuro. Vorrei che la mia opera possa essere considerata come l’epopea del mistero, ma anche come la rivalutazione del genere fantastico, quello più “alto” del Deserto dei Tartari e quello più “basso” dei miei racconti horror o fantascientifici. Così pure, dato il mio interesse per la pittura, ho cercato di rivalutare il racconto a fumetti. Amo la cultura di massa, in particolare quella dei secoli precedenti. Cos’altro erano le favole, raccontate davanti a un caminetto, se non una forma di cultura di massa? Inoltre mi piace rielaborare ciò che orbita attorno al mondo accademico e che viene catalogato come materiale di serie B. Non che sia successo a me, devo essere sincero. Ma dopo Il deserto dei Tartari, la mia apertura verso il pop statunitense ha avuto un effetto strano sulle persone accanto a me. Quando uscì Il grande ritratto, un diffuso senso di snobismo nei miei confronti era chiaramente percepibile. In Italia non si era mai vista la fantascienza, “che razza di diavoleria sarà?” si saranno chiesto molti critici. E infatti quel libro non ebbe il successo del Deserto dei Tartari e di Un amore".

Anche Un amore è un unicum della sua carriera: è un romanzo erotico con una notevole quota di sperimentazione linguistica che non si era mai vista, nei suoi libri precedenti.

"Sì, è vero. Ho sempre cercato di avere uno stile di scrittura classico e semplice. In Un amore volli sperimentare “the stream of consciousness”, il flusso di coscienza, e spero di esserci riuscito. È altrettanto vero che non avevo mai scritto romanzi erotici, né storie d’amore".

Forse il fatto che sia un libro autobiografico consente questo strappo alla regola?

E chi le ha detto che è autobiografico?

Perché, non lo è?

"Le ho detto prima che tutti i miei racconti nascono da sogni, da impressioni, da suggestioni. Ogni mia riga è almeno un po’ autobiografica. E come potrebbe essere altrimenti?"

Allora si può dire che forse in Un amore l’autobiografismo è più evidente. Ha raccontato la sua storia d’amore con una ragazza molto più giovane di lei. Questo non lo può negare.

"E infatti non lo nego. Ma non credo che Un amore sia, per questo, più autobiografico di altre mie opere. Il mistero, l’attesa e il fantastico sono tutti temi che abbiamo scandagliato insieme, stasera, e che, essendo parte della mia vita, sono autobiografici. E non dimentichiamoci della montagna, che per così dire è il totem della mia vita. Insomma un artista, e in particolare uno scrittore, non può non essere almeno un po’ autobiografico".

La chiacchierata s’interrompe qui perché, quando rialzo la testa dal taccuino con i miei appunti, Buzzati è sparito. La mia domanda successiva sarebbe stata: “Che futuro vede per il nostro mondo?”.

Federico Spagna, 

3C Liceo Classico Michelangiolo, Firenze


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