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Alla scoperta di un'antica moleria fiorentina

Paola Locchi racconta a Diletta Zaccagni la storia e i segreti dell'antica moleria fiorentina nata in San Frediano, conosciuta e amata nel mondo



FIRENZE — Oltre ad alcuni orafi non sono molte le botteghe storiche ancora attive a Firenze, intendo quelle che utilizzano solo strumenti antichi e non macchinari moderni. Le botteghe degli artigiani stanno poco a poco scomparendo, sostituite da laboratori attrezzati modernamente o peggio da grandi fabbriche che producono in serie oggetti a basso costo. Così anche la diversificazione delle culture svanisce e se ne viene formando una sola, dove valgono le esigenze modellate dai gusti degli stessi acquirenti.

Paola Locchi ha ereditato la gestione di un laboratorio antico. Il laboratorio fu fondato alla fine dell’Ottocento come laboratorio artigianale di moleria, per la realizzazione di bellissimi bicchieri per le navi da crociera e i grandi alberghi. Il laboratorio fu acquistato dal nonno del marito di Paola intorno al 1915. Si chiamava Locchi ed era un sensale, oggi si direbbe un agente immobiliare, ed era molto facoltoso; decise di affidare il laboratorio al nipote, futuro suocero di Paola: il ragazzo, che aveva poca voglia di studiare, accettò l’offerta del nonno e riuscì ben presto a dimostrare, nonostante avesse solo 18 anni, di essere davvero molto “portato per quel lavoro”, come ci ha raccontato la signora Paola, che oggi dirige l’attività, “in piacevole accordo” con la nuora Giovanna.

La moleria in principio si trovava in San Frediano, nel cuore di Firenze. In seguito fu chiusa e spostata in via Domenico Burchiello dove iniziò a lavorare anche per conto di clienti privati. Tutti gli oggetti lavorati qui erano e sono forgiati seguendo le antiche tecniche di soffiatura e poi rifiniti, attraverso attenti processi di molatura ed incisione, tutti rigorosamente eseguiti a mano. La moleria cominciò così a essere ricercata da antiquari, collezionisti, designer, gentiluomini e gentildonne, ma anche da attori e da esponenti di famiglie reali di tutto il mondo.

Quando nel 1966 il suocero della signora Paola morì, lei aveva appena dato alla luce un figlio. Suo marito, effettivo erede dei Locchi, non dimostrava alcun interesse per il laboratorio e non vi si era mai dedicato essendo più interessato alla chimica. Per questo Paola cominciò a pensare di chiudere la moleria per dedicarsi al suo lavoro di giornalista. Ma ecco che una sua cara amica intervenne, facendole osservare che far morire la moleria sarebbe stato davvero un vero delitto e le consigliò di pensarci su.

Paola seguì il consiglio e fu così che non solo rinunciò a cedere l’attività ma anzi ne assunse lei stessa il controllo, dando così nuova vita all’antica moleria. “Se potessi tornare indietro, lo rifarei e prenderei la stessa decisione, poiché la soddisfazione è tanta” ha confessato la “Signora dei Cristalli", un’artigiana e un’imprenditrice che ha collezionato tanti riconoscimenti e premi e che ha lasciato traccia di sé in numerose monografie d’arte.

“Certo, sono molte anche le difficoltà e i problemi da affrontare. E il Covid certamente non aiuta: un’importante quota del lavoro della moleria è riservata alle tavole per i banchetti dei matrimoni, gioco-forza annullati. La nostra moleria riesce comunque a sopravvivere grazie ai numerosi e importanti clienti abituali”.

Alla domanda in cosa consista, oggi, il lavoro, la signora Locchi ha risposto che “si tratta di molare e di incidere, rigorosamente a mano, oggetti di cristallo con forme che sono tutte di nostra proprietà, ma”, ha poi precisato, “ciò che sicuramente contraddistingue l’attività del laboratorio è il ‘restauro’, inteso come rifacimento di un pezzo; si tratta di oggetti molto antichi, alcuni risalgono anche del Settecento!”

Sono effettivamente molti i manufatti, particolari e stravaganti, che la moleria ha visto passare nella sua bottega negli anni. Tra questi una rara saliera di Paolina Bonaparte e un “tantalus”, cioè una scatola da regalo in legno, con tre bottiglie in bella vista, appartenuta a Buffalo Bill.

Qualche anno fa dalla Moleria Locchi fu riallestita la grande tavola del matrimonio di Caterina de’ Medici e la responsabile chiese a Paola per questa tavolata delle grandi sfere argentate. Le sfere furono realizzate e, una volta pronte, la signora Locchi ne curò personalmente la consegna. Appena le sfere furono sistemate sulla lunga tavola apparecchiata, gli storici dell’arte presenti, colpiti dalla bellezza di quegli esemplari lucenti, spiegarono che si trattava di “palle da sollazzo”, un antico divertimento dei nobili i quali, durante i lunghi banchetti, erano soliti passare il tempo guardando riflesse dalle sfere le loro facce deformate, mentre facevano i versi più strani. (Mi viene di pensare a quella App deformante che abbiamo oggi sui telefonini. È proprio vero che il tempo passa, ma che ben poco cambia davvero).

Un altro simpatico ricordo di cui Paola ci ha parlato è legato a un oggetto trovato da lei nel negozio di un rigattiere in Spagna: si tratta di un’ampolla in vetro, di quelle che si usano nei laboratori di chimica. (Chissà, ho pensato io, che in qualche modo nostalgico non le abbia ricordato la passione del marito per quella disciplina!) Qualche tempo dopo una nobildonna fiorentina, trovandosi a passare dalla moleria, prima di allestire un pranzo per un evento importante, vedendo l’ampolla ne rimase colpita, tanto da ordinarne una decina di pezzi da riempire con l’olio di sua produzione per poterli disporre sulla sua tavola imbandita. E, da allora, quell’ampolla è divenuta un oggetto molto richiesto e riprodotto.

A conclusione della nostra intervista la signora Locchi si è dichiarata molto orgogliosa del fatto che oggi suo nipote Matteo si sia appassionato al lavoro, garantendo così continuità generazionale alla bottega artigianale, nata più di cento anni fa sulle sponde dell’Arno. Inoltre, pur mantenendo le antiche tradizioni, Paola e il nipote, insieme con Giovanna, si stanno accingendo a portare delle importanti novità alla moleria, soprattutto per quanto concerne l’uso dei nuovi mezzi di comunicazione, calandola, così, a pieno titolo nel XXI secolo. Una finestra spalancata sul futuro insomma, ma siamo a Firenze e dunque, con “vista” sul passato.


Diletta Zaccagni, 4D Liceo Michelangiolo, Firenze

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