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sabato 25 novembre 2017

NOScienza venerdì 19 maggio 2017 ore 07:49

All'Happy Hour si parla di brevetti

Intervista all'Ing. Mario Botti in un seminario formativo di NOS

PONTEDERA — Nel corso della due-giorni dell’evento “Happy Hour della Tecnica e della Scienza” organizzato e ospitato dall’ITIS “G.Marconi” di Pontedera, è intervenuto l’ingegnere Mario Botti dello studio Brevetti “Botti e Ferrari” di Milano, in un seminario rivolto a una platea di oltre 120 studenti. Ad ascoltarlo c'era una parte della redazione di NOS con il coordinatore, Prof. Giuseppe De Benedittis, organizzatore dell'incontro e, insieme, un folto gruppo di studenti del Marconi e delle altre scuole superiori del Villaggio Scolastico di Pontedera. Il seminario formativo verteva sul tema dei marchi e dei brevetti. L’Ing. Botti nel trattare dell’importanza della sua professione ha fornito dati e statistiche inerenti i brevetti richiesti e approvati nell’Italia confrontando i numeri italiani con quelli di altri paesi, compresi alcuni così detti “minori” ma che minori non sono davvero, alla luce di questi fatti. Il suo discorso, venendo a trattare della ricerca in relazione allo sviluppo, in particolare nel settore tecnologico ci ha illustrato quali siano le linee principali da seguire per gli inventori che, con il deposito brevettuale, cercano di salvaguardare la propria idea. In particolare poi, riferendosi alla situazione italiana, l’ingegnere è tornato a rimarcare quanto poco sia diffusa la pratica di proteggere con un brevetto o con il deposito del marchio i prodotti da parte delle aziende e dei centri di ricerca italiani. Stimolati dalla sua appassionata relazione, al termine abbiamo voluto intervistarlo, per approfondire alcune tematiche del suo intervento.

1) Ci ha detto che la professione di consulente per brevetti come la sua non è molto diffusa. Ce ne può dare una motivazione?     In effetti il professionista che, come consulente, si occupa di trasformare l’idea di una persona in un testo di brevetto deve avere sia conoscenze tecniche sia una qualifica che gli permetta di esaminare con competenza il così detto: “trovato”. Allo stesso tempo deve anche saper scrivere con chiarezza e capacità di sintesi. Per questo motivo molto spesso quelli che fanno il mio mestiere hanno studiato in un Liceo Scientifico o spesso in un Classico, proprio perché sono quelli che più facilmente “riescono a dare del ‘tu’ alla penna” e hanno qualche competenza culturale per non smarrirsi in un testo giuridico. Questo professionista è una via dimezzo tra l’ingegnere e l’avvocato. Se non sono molti i professionisti che lavorano in questo settore è perché la distanza tra i due mondi è per molti un ostacolo. In effetti nel nostro ufficio ci sono sia ingegneri che si occupano di brevetti sia avvocati che si occupano dei marchi. Quindi da noi colleghi con una “casacca” diversa operano sotto lo stesso tetto, fruendo gli uni della consulenza degli altri. Ma il nostro studio comprende molti professionisti e dunque questo è possibile. Normalmente devo dire che la persona che fa questo lavoro deve sommare in sé sia una buona competenza tecnologica sia un'altrettanto valida proprietà di linguaggio.

2) Da un punto di vista imprenditoriale secondo lei qual è il miglior vantaggio che si ha nel brevettare un'idea innovativa?       Il deposito brevettuale è l'unico ‘paletto’ che è rimasto nel sistema globalizzato: se uno ha un'invenzione importante e non la protegge, un qualsiasi signore di un’azienda o cinese, o vietnamita, o thailandese, o indonesiana oppure spesso purtroppo, italiana, la possono riprodurre nel giro di pochissimo tempo e con la forza imprenditoriale di cui possono disporre, arrivare a produrre il "trovato” e commercializzarlo. Il brevetto ci permette di avere a disposizione almeno una piccola bandierina, un piccolo paletto piantato nel terreno della competizione mondiale che dica “ho fatto un deposito brevettuale e tu devi rispettarlo”.

3) C’è un consiglio che si sente di dare a un giovane che desideri lavorare nell'ambito della ricerca e dello sviluppo?     Primo consiglio è di accettare di fare uno stage se ne ha la possibilità. Oggigiorno nel nostro paese le ditte, per cercare di capire se i giovani hanno dei numeri, possono utilizzare la possibilità di offrire un periodo di stage a un giovane diplomato. Nella maggior parte dei casi però i giovani non capiscono l’importanza di questa opportunità e la considerano un (breve) periodo di tempo, finito il quale lasceranno l’azienda senza possibilità di essere confermati. Bene, niente è più sbagliato perché in quel periodo (può arrivare a 6 mesi) i tutor delle aziende cercano di farsi un’idea sul carattere del giovane, sulle sue attitudini, sulle sue capacità e sulla sua voglia di fare. Informazioni preziose per capire se il giovane è idoneo a essere formato e inserito nell’azienda. Certo nei primi anni occorre sapersi accontentare di stipendi modesti senza lamentarsi come spesso vediamo fare. Infatti è importante entrare nel mondo del lavoro, perché quando si è “dentro” un lavoro possiamo ambire a migliorare la nostra posizione, ma se si è “fuori”, entrare è molto più difficile. Spesso accettare un lavoro umile è il primo passo per ottenere una posizione più gratificante. Di fatto sono davvero numerose le aziende che cercando giovani idonei per l'assunzione e che non li trovano…

4) C’è un’idea particolarmente interessante da ricordare fra quelle di cui si è occupato da un punto di vista brevettuale?   Ne ho una che mi viene proprio dal cuore ed è recente. Come mandatario della domanda di brevetto richiesta da un’università del Tennessee, collegata con la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, ho preso parte, presso l'ufficio brevetti europeo, a una dimostrazione fatta dall'inventore, venuto appositamente da Cleveland. L’invenzione consiste in un esoscheletro ovvero un sistema robotizzato che interviene per aiutare nella deambulazione quelle persone che non ne hanno più la capacità. Sono rimasto sbalordito, soprattutto per la leggerezza della struttura che pesa soltanto 35 kg. L'invenzione consiste nella modalità di funzionamento della coscia dove ci sono il motore della rotula e il motore dell'anca. Dopo di che c'è una cintura a cui sono applicate le batterie e la computeristica, mentre la parte della tibia e del perone è praticamente costituito da un solo elemento metallico che è pilotato dalla rotazione della rotula. L'invenzione si basa sullo sbilanciamento esistente, nel procedere, dovuto alla proiezione del baricentro, quando una persona sta per cadere: a quel punto la macchina fa fare il passo in avanti. L'inventore, persona sana e in grado di camminare, come dimostrazione, dopo aver indossato l’esoscheletro, si è lasciato cadere a corpo morto e praticamente la macchina l'ha tirato su in piedi da sola! Al momento il costo è elevato (200.000 euro) e la macchina viene fornita solo ad ospedali per fare esercizi riabilitativi, ma fra sono certo che aumentando la produzione, fra una decina di anni sarà disponibile a cifre abbordabili anche da parte di privati o di piccole strutture.

Mirko Tamburini, Erika Poggianti

Classe 4°A Liceo XXV Aprile - Scientifico, Pontedera